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                            Lioni, il nome, le origini  di Angelo Colantuono

Da dove  deriva  il nome di Lioni  e  cosa sappiamo di preciso sulle origini del paese?  La recente  pubblicazione  del  Dizionario del dialetto lionese  di Nino Iorlano, Pasquale Nesta e  Nicola  Garofalo  è  un’ occasione per riparlare dell’ argomento.

Ricapitoliamo i termini  della questione. Verso la fine del Settecento il dotto abate rocchese Vincenzo Maria Santoli nel suo celebre saggio sulla Mefite e dintorni[i] avanzò l’ idea che i Lionesi fossero i discendenti dei Liguri Apuani deportati nel Sannio dai Romani nel II secolo avanti  Cristo.  Santoli  vedeva anche un’ affinità  tra   toponimo  Liuni  e  la  parola  Liguri[ii].  La tesi venne  rilanciata alcuni anni più tardi dallo storico nuscano Nunzio Maria Della Vecchia[iii], e  fu avallata  anche  da  Nicola  Corcia, appassionato ricercatore  delle antichità  del Regno delle  Due Sicilie:  «Da Liguri si disse probabilmente  Liuri, d’ onde  in processo di tempo  Liuni  e  Lioni »[iv].

La cosa è del tutto inverosimile per due buone  ragioni. La prima sta nel fatto che una parola come Liuni  non può essere derivata da Liguri: sarebbe contro tutte le regole della linguistica. La seconda è che dalle nostre parti i Liguri non ci sono mai stati. E’ vero che nel 180 a. C.  un considerevole numero di Liguri Apuani  (le fonti dicono 47mila)  furono  forzatamente trasferiti  nei  «Campi Taurasini».  Ma i «Campi Taurasini»  si trovavano a nord di Benevento, nella zona di  Circello,  Baselice,  S. Bartolomeo in Galdo [v].   

Qualche  anno  fa  Arturo  Bascetta,  autore  di  quaderni storici  su  diversi  comuni  dell’ Irpinia,  ha proposto  una nuova  teoria:  il  toponimo  Liuni   sarebbe da mettere in relazione con il  «fundus  Iunianus»   nominato  nella   Stele del dio Silvano[vi]. Si  tratta  di questo. Verso la metà dell’ Ottocento  ai piedi  del Monte  Oppido  –  ma in territorio di Caposele – fu trovata una grossa lapide con una   iscrizione  votiva  risalente ai tempi  dell’ imperatore  Domiziano  (81-96)[vii]. Un certo Lucio Domizio Faone[viii],  per   la  «buona salute» del  sovrano  e della sua consorte,  istituiva  dei sacrifici annuali in onore del dio dei  boschi.  Alle spese  si sarebbe  provveduto   con  le   rendite  di  certi  fondi  che  egli  possedeva  nella zona.  Uno di  questi  fondi era  chiamato  «Iunianus»[ix] L’ idea di  Bascetta  è  che  che  Liuni   derivi  appunto  da  «fundus  Iunianus»,  attraverso la forma intermedia  «l’ Iuni(anum)»[x]Questa  tesi  –  piuttosto  spericolata –  è    accolta   nel  Dizionario  di  Iorlano, Nesta  e  Garofalo[xi]  .

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Francesco Scandone, il padre della moderna storiografia irpina, saggiamente  annotava: «Il nome  Liuni  (...) trae origine evidente da qualche antico  monumento  in cui devono essere effigiati dei  leoni»[xii].  Effettivamente ancora agli inizi del Settecento all’ interno dell’ abitato  di Lioni  – la tradizione popolare dice: in cima al campanile  –    si potevano ammirare due magnifici  leoni di pietra. Uno è quello, ora piuttosto  malridotto,  che si vede  davanti al palazzo del municipio. L’ altro, come riferisce Roccopietro Colantuono, andò distrutto durante il terremoto del 1732 [xiii]

   Statue  del tutto simili  a quella  di Lioni  si  conservano ancora  a  S. Andrea, a  Melfi, a Venosa. Si tratta di sculture funerarie  provenienti da tombe  romane di età imperiale. Di solito i Romani facoltosi che vivavano lontano dalle città  si  facevano costruire  il monumento funebre nelle loro terre, in un luogo ben in vista[xiv].  Alla tomba  del  padrone  facevano corona le sepolture dei liberti e degli schiavi. Nelle campagne meridionali questo genere di sepolcreti era   piuttosto diffuso. Nella valle dell’ Ofanto ce n’ erano uno a Fontigliano[xv], uno al Goleto[xvi], un altro a  Monticchio dei Lombardi  (la collina tra Rocca e il Quadrivio)[xvii].  Giuseppe  Gargano, lo storico di Conza,  riferisce  che  una coppia di  leoni di  travertino fu dissotterrata agli inizi del secolo scorso  a  Piano delle Briglie  (la zona di Conza Nuova)[xviii].

   L’ idea  che  al tempo dei  Romani   la collina  di  Lioni  venisse usata come luogo di  sepoltura è avvalorata dalle due stele funerarie con l’ immagine  delle persone sepolte  che  fino al terremoto del 1980  erano murate  in due case del centro  storico  (in via Ricca e  nel II vico Annunziata).  Durante il Medioevo le tombe – come avvenne dappertutto – furono demolite per ricavarne pietre  squadrate.  I leoni,  non essendo utilizzabili  come materiale da costruzione, furono risparmiati, e la loro presenza divenne un riferimento topografico. Nei documenti    medievali  Lioni  era  abitualmente  indicato  come  «casale  Leonum»   o  «de  Leonibus»,  vale  a dire  «dei Leoni». In  una  nota  del marzo  1300  il nome del paese  era  riportato anche  nella sua forma dialettale: «ad quendam locum (...) qui vulgariter  nuncupatur  Li  Lyuni»«in  un posto che comunemente  viene chiamato  Li  Lyuni » [xix] .

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  Chiarita  –  speriamo  –  la  faccenda  del nome,  rimane la  questione più importante: quando e in quali circostanze  hanno  cominciato ha formarsi  il centro abitato di Lioni   e  la comunità  lionese?

   Roccopietro Colantuono ha voluto vedere un riferimento al nostro paese in un documento dell’ 833 citato negli Annali del Di Meo, un atto notarile con  il  quale un principe longobardo dona al monastero di Santa Sofia di Benevento una  «corte» – cioè un terreno con una casa – «in  Leoni» [xx]Ma, come si ricava dal Chronicon Vulturnense, questo  Leoni  era  un casale   nel Molise:  «cellam Sancti Petri  de Vipera cum  ipso casale  quod dicitur Leoni» [xxi]

    In realtà l’ origine di Lioni è molto più recente e, per quanto possa sembrare strano, abbastanza ben documentata. Possiamo ricostruirla attraverso le notizie che Francesco Scandone  recuperò  dai  Registri Angioini  prima che andassero distrutti[xxii].  Queste notizie si riferiscono ad  una serie di reclami  –  almeno  sei   –  che  tra  il 1289  e  il 1306 i  feudatari  di  Oppido inviarono al re  Carlo II    per protestare contro i loro colleghi di S. Angelo. Costoro avevano   disposto una serie di agevolazioni  per  chi volesse  andare a coltivare le terre sulla riva sinistra  dell’ Ofanto.  La cosa aveva fatto presa sui contadini di Oppido, molti dei quali ora lasciavano  i  vecchi campi si trasferivano   a  «Li  Lyuni» .

   Nei secoli centrali del Medioevo la messa a coltura di terreni marginali e la costruzione di nuovi villaggi rurali erano operazioni abbastanza frequenti[xxiii]. Queste iniziative di solito erano organizzate dai signori stessi, ai quali un aumento del numero dei coloni sul proprio feudo fruttava maggiori entrate sotto forma di censi, canoni, tributi. Altre volte il popolamento di un’ area scarsamente  abitata serviva a controllare meglio il territorio, per esempio garantendo la sicurezza di una strada, sorvegliando un confine, difendendo una regione dai briganti. Chi accettava di andare a stabilirsi nei nuovi insediamenti beneficiava  di uno stato giuridico particolare: pagava meno tasse - almeno per i primi anni - ; godeva di una serie di franchigie; riceveva un lotto per farsi la casa e, a volte, anche un pezzo di terra da coltivare in proprio.

    Al tempo di cui parliamo  tutta la parte dell’ attuale territorio  lionese  che sta tra l’ Ofanto e la montagna rientrava nel  feudo di Oppido; l’ altra parte, quella sulla sponda sinistra, inclusa l’ area del centro urbano,  apparteneva  a  S. Angelo.  Signori di Oppido erano da diverse generazioni i Frainella, nome  latinizzato di  una famiglia di origine normanna  che  nel suo paese  si chiamava  Fraisnel[xxiv].   All’ arrivo degli  Angioini, nel 1266,  i  Frainella  erano passati  subito  dalla  parte  dei nuovi padroni  ed avevano  conservato  il titolo  e   i beni.   Non così il feudatario di S. Angelo, che  era rimasto fedele alla dinastia sveva  ed era stato destituito.  A partire dalla metà degli anni ottanta  come  signore  di  S. Angelo troviamo un certo  Gerardo Divort[xxv], un personaggio che Giustino Fortunato definisce   «un provenzale arrogante»[xxvi] per  via dei  soprusi che era solito  commettere nella zona di  Rionero  dove  amministrava  le foreste  demaniali[xxvii]. Divort, deciso a ricavare il massimo utile dalle  sue  nuove terre nella valle dell’ Ofanto, non si faceva scrupolo di sottrarre  braccia al feudo vicino.

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   Possiamo  stabilire  con  buona  approssimazione quanti abitanti  avevano  Oppido  e  S. Angelo  prima che cominciasse la fuga dei contadini verso Lioni.  Il dato  da  cui  partire  sono  le  cosiddette  «cedole  della  sovvenzione  generale»,  vale  a dire i ruoli dell’ imposta  che  ciascuna  comunità  versava annualmente al re,   in aggiunta alle tasse locali che invece andavano al feudatario. La cifra che ogni comunità  era tenuta a sborsare  era  fissata  in  ragione del numero dei «fuochi», cioè  dei nuclei familiari.   Sappiamo che  negli anni  dal  1275  al  1277  Oppido  pagava per la  «sovvenzione generale»  14 once  e  21  tarì;  S. Angelo  19  once, 6  tarì  e  6  grani  (l’ oncia si divideva in  30  tarì, il tarì in 20 grani; un  «mastro  muratore»  guadagnava  dai  12  ai  15  grani  a  giornata) [xxviii]. Un  esperto  di demografia storica, Karl  Julius  Beloch, ha potuto stabilire  che  in  questo periodo  l’ aliquota  di imposta  era di  un’ oncia  ogni  nove  fuochi (3 tarì  e  1/3  per  ciascun nucleo  familiare)[xxix].   Facendo i  calcoli  risulta  che   Oppido  era tassato   per  120   famiglie,  S. Angelo  per  160.  In realtà  il numero  dei   «fuochi   fiscali»    è  leggermente  inferiore a quello delle famiglie realmente esistenti, in quanto c’ erano  dei soggetti esenti dall’ imposta:  i militari, i religiosi, i  minorenni  quando fossero capifamiglia.  Tenuto conto di questo fatto, si può concludere  che prima del 1280  Oppido   contava  600 - 650  anime;  S. Angelo, che era sede di  diocesi  e  di   un  monastero[xxx],  doveva  averne  800 – 900 .  

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Tornando all’ esodo dei contadini, la prima protesta di cui abbiamo  notizia fu  inoltrata   nel  marzo del 1289 e  recava la firma di   Giacomo  Frainella[xxxi].  Non  sembra però che il reclamo  abbia sortito   effetti  apprezzabili.   In ogni caso  Giacomo  non ebbe più la possibilità di seguire la faccenda perchè in quello stesso anno partì per la guerra contro i ribelli siciliani  (la famosa guerra dei Vespri) e fu subito fatto prigioniero.  Dietro pagamento di un  congruo riscatto venne liberato [xxxii], ma  la brutta  avventura  gli  abbreviò  la vita: infatti nel 1292 come signore di Oppido figura suo figlio Filippo[xxxiii].

    In quello stesso periodo cambiava anche il titolare del feudo di S. Angelo. Alla fine del 1288,  mentre  Divort  – sempre a causa della guerra  – si trovava in Calabria,  i Santangiolesi erano insorti contro il suo castellano  e  lo avevano ucciso.  Il feudatario aveva preteso  che i responsabili della rivolta venissero puniti in modo esemplare[xxxiv]. Naturalmente dopo questi fatti la permanenza di Divort a S. Angelo era divenuta inopportuna, e così nel 1292 il feudo venne assegnato a Goffredo di Joinville, un esponente  dell’ aristocrazia militare vicina alla corona [xxxv].  Ma neppure Goffredo ebbe molto tempo da dedicare ai suoi possedimenti: presto dovette raggiungere anche lui il fronte siciliano e nel 1296 cadde in combattimento[xxxvi]. L’amministrazione dei beni di famiglia  restò allora nelle mani della vedova, Filippa de  Beaumont. Filippa, a giudicare dai ricordi che ha lasciato, era una donna assai energica.  Impedì  alle suore del Goleto di utilizzare per gli animali del monastero i pascoli di Fiorentino[xxxvii].  Riuscì a conservare il possesso del casale di S. Bartolomeo, che un precedente feudatario di S. Angelo aveva usurpato al suo collega di Morra[xxxviii]. Soprattutto proseguì nella politica degli incentivi per far crescere il casale di Lioni, incurante delle proteste dei Frainella.

Il feudo di Oppido era ormai in piena crisi. Un accertamento fiscale  stabilì  che esso ultimamente dava una rendita di non  più di 5 once d’oro l’anno[xxxix], mentre  la rendita del feudo di S. Angelo veniva stimata in 50 once[xl]. I contadini ottennero una riduzione delle tasse, ma l’ emigrazione verso Lioni non si arrestò[xli].

    Nel 1297 Filippo comunicò che Oppido rischiava di perdere tutti i suoi abitanti e sollecitò nuovi provvedimenti contro la Beaumont[xlii]. L’anno seguente furono i rappresentanti della comunità  oppidana  a denunciare al re le conseguenze dello spopolamento: «Quelli che rimangono, essendo in numero assai scarso,  diventano impotenti a pagare i fiscali e le altre imposte»[xliii]. Il re diede mandato al giustiziere di trovare una soluzione, ma la cosa come al solito  non ebbe seguito, tanto che nel 1298 Filippo reclamava ancora[xliv]. Strapparono invece un provvedimento a loro favore i Lionesi, ai quali venne riconosciuto il diritto di portare le bestie al pascolo nei boschi di Oppido[xlv].   Nel 1306   la comunità ottenne un nuovo alleggerimento delle tasse[xlvi]: evidentemente la situazione era peggiorata ancora.

     Mentre Oppido sprofondava nella sua crisi, l’ insediamento sull’ altra sponda del fiume si consolidava e si ampliava. Nel primo decennio del nuovo secolo Lioni aveva già una sua parrocchia che versava le decime alla Santa Sede[xlvii]. Da un documento conservato negli archivi delle «collettorie»–  oggi diremmo  «esattorie»  –  vaticane apprendiamo infatti che tra il 1308 e il 1310  il  «clerus casalis de Leonibus» corrispose la somma di 9 tarì: meno di  Morra che pagò 18 tarì e 5 grani, ma più di Torella, che non arrivò a 6 tarì [xlviii].

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 Il campanile della chiesa madre è l’ unico manufatto dell’ epoca della fondazione del paese che sia arrivato fino a noi; solo la cella campanaria  è stata  ricostruita, e probabilmente  modificata,  verso la metà del Settecento [xlix].

   Questo edificio ci trasmette una serie di informazioni assai interessanti.  Sul prospetto  nord si vedono chiaramente i resti di un muro tagliato  e, tra i cinque  e  i  sei   metri di altezza,  il segno della falda di un tetto inclinata  verso  via Diaz; sulla   stessa parete si interrrompe  la continuità dello zoccolo che avvolge la base della torre.  Ciò vuol dire che originariamente il campanile non era isolato,  ma faceva corpo con la chiesa.  Questa aveva un orientamento  nord–sud,  con  la  facciata rivolta verso le montagne.  Il campanile  era costruito  in aderenza  alla facciata, a  sinistra del portale,  e vi si accedeva  non dalla   strada, come oggi,  ma  dall’ interno  della chiesa [l].

    La cosa  aveva una sua logica.  La torre non era stata progettata solo per accogliere le campane, ma anche per servire,  all’ occorrenza, come opera di difesa.  La presenza delle feritoie nei muri  è  una conferma  decisiva.

   Bisogna infatti tener presente che, quando non c’ era  un castello a proteggere il villaggio, in caso di attacco le donne e i bambini si radunavano in chiesa, confidando   nella  sacralità del luogo e  nella solidità dell’ edificio[li].  La torre  campanaria di Lioni era collocata precisamente  a  difesa della porta della chiesa.

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 La struttura del campanile lionese imita quella del donjon,  la  caratteristica   torre  di  difesa  introdotta in Italia dai Normanni. Il  donjon  costituiva  l’ ultima  ridotta  di un sistema difensivo  nel caso  in cui gli attaccanti fossero riusciti a superare le barriere esterne[lii].  Consisteva in  un robusto  edificio  a  pianta circolare  o  quadrata, sviluppato su tre o quattro livelli.  Nelle fondazioni  era  ricavata   una cisterna,  che veniva alimentata con acqua piovana. Il pianoterra, privo di aperture verso l’ esterno, era adibito a magazzino per le  provviste e per le armi.  I piani superiori  –  ai quali si accedeva mediante un ponte levatoio  o una scala in legno che poteva essere ritirata dall’ alto  –  erano  attrezzati  in modo  da permette ad un certo numero di persone  di resistere  per qualche tempo, in attesa  dei rinforzi. Le aperture per la luce e l’ aria  erano sempre molto strette.  Il tetto, di solito, era  praticabile ed era  circondato da parapetti o da merlature . Sono dei tipici donjons  i torrioni dei castelli di S. Angelo, di Rocca, di Montella [liii]; ricalca il modello del donjon  la  «torre   Febronia»  del  monastero  di  S. Guglielmo.

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 In che periodo  fu edificato il campanile di Lioni?  Su questo  punto non abbiamo notizie documentarie.  L’ analogia con i  donjons normanni  suggerirebbe  di   collocare l’ epoca  della costruzione  nel XII secolo. C’ è  però un  elemento architettonico   che  impone  una datazione diversa, più recente. Si tratta delle feritoie.  Le feritoie della nostra torre campanaria  sono di un tipo particolare: sono più strette  di quelle delle fortificazioni normanno-sveve; hanno i bordi in pietra di taglio; presentano  nella parte  inferiore  un occhiello,  sagomato in modo da permettere  all’ arciere  o al balestriere   di battere anche le zone morte alla base dei muri.  Con lo stesso disegno e  la stessa tecnica sono realizzate  le  feritoie  che si vedono  nei  torrioni dei castelli  di  Melfi e di Lucera. Di  questi  si conosce  con precisione la data di costruzione. Il  castello di  Melfi  continua a portare il nome di Federico II, ma in realtà fu interamente rifatto tra il 1277 e il 1284 [liv]. Quanto alla   fortezza  di  Lucera, la  sua ristrutturazione,  disposta  anch’ essa da re  Carlo I d’ Angiò,   fu  ultimata  nel 1283 [lv]

   Le feritoie del campanile lionese  sono  dunque quelle in uso nell’ architettura militare  angioina  nell’ ultimo trentennio del XIII secolo. Sulla base di questo dato possiamo ragionevolmente ritenere che esso  sia stato costruito  – insieme alla chiesa –  verso  la fine del   Duecento  o, al più tardi,  agli  inizi del  Trecento:  praticamente nel periodo in cui il «casale dei Leoni»  vedeva  aumentare  la sua  consistenza demografica,  per  via della fuga dei contadini  da  Oppido[lvi].

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Durante i recenti  lavori di restauro, ai piedi del campanile e sotto il sagrato sono  stati trovati resti di sepolture. Di   «ossa rinvenute nello spiazzo esistente davanti la Chiesa Madre e il Campanile»  parla  anche Roccopietro Colantuono [lvii].  A che epoca risalgano esattamente queste deposizioni è difficile dire. Esse comunque testimoniano della continuità di una pratica che ha avuto origine  sicuramente nel Medioevo. Infatti a partire  dal VII-VIII  secolo i  defunti, che  prima venivano  portati fuori dai centri abitati,  cominciarono  ad essere  inumati    nelle  cripte  delle  chiese   o  all’ esterno,  a ridosso dei muri [lviii].

   Le tombe venute recentemente alla luce nell’ area della cattedrale  di  Conza ci aiutano a capire come erano fatti i cimiteri medievali. I corpi venivano deposti in semplici fosse scavate nel terreno. Non sempre veniva impiegata una bara; in alternativa si usava rivestire  internamente  la fossa con sottili pareti  in muratura.  I  personaggi importanti  però non seguivano  la sorte dei comuni mortali: le loro sepolture  erano  collocate  all’ interno della chiesa  oppure  in  cappelle  a parte, fatte  costruire  da  loro  stessi [lix].   

    La consuetudine di  usare come cimiteri  gli stessi luoghi di culto nasceva certamente  da  un  atto di fede:  essere  seppelliti   vicino alle reliquie dei santi, o  comunque  presso  l’ altare, corroborava la speranza di salvezza [lx].  Ma la cosa aveva anche un fine pratico.  Nei cimiteri  era proibita ogni  violenza, e  questo  creava  intorno alla chiesa  una  sorta  di  «spazio protetto»  che poteva tornare  utile  anche  ai vivi [lxi] .      


 

 [i] V. M. Santoli, De Mephiti et vallibus  Anxanti libri III , cum observationibus super nonnullis urbibus Hirpinorum,  Napoli 1783.

[ii]  Ivi,  p. 53.

[iii]  N. M. Della  Vecchia, Ricerche sulla vera posizione de’ Campi Taurasini e delle colonie liguri e romane tradotte nel territorio dell’ antico Ferentino e di Cisauna negli Irpini e delle memorie della città di Nusco, Napoli 1823, p. 62 nota.

[iv] N. Corcia,  Storia delle Due Sicilie dall’ antichità  più remota al 1789, Napoli  1843,  vol. I  p. 504.

[v] E. T. Salmon, Il Sannio e   i Sanniti,  trad. it.  Torino 1985, p. 275  e  p. 350;  W. Johannowsky, L’ Irpinia, in Studi sull’ Italia dei Sanniti, a cura della  Soprintendenza Archeologica di Roma, Milano  2000, pp. 26-7; N. Gambino, Raimondo Guarini, lo studioso  di  Aeclanum  (cura di V. Iandiorio),  Avellino  2003,  pp. 223-30. 

[vi] A. Bascetta, Nati su un fondo romano di agro Picentia. L’ Iuni(anum) romano del I Secolo  è  l’ oppido di Lioni,  in  A. Bascetta – V. Napolillo, L’ Iunianum romano e le sue origini coloniali, Pietrastornina  2001, pp. 9-14.

[vii] Il luogo e le circostanze del ritrovamento sono descritti in  N. Santorelli, Il fiume Sele e i suoi dintorni, Parte I, Napoli 1879,  pp. 111-16.  La stele  (CIL  X  444 = ILS 3546)  si trova  ora  al  Museo Provinciale di Avellino.

[viii] Bascetta  definisce  Faone  «grande conquistatore» (Op. cit., p. 10). In realtà  si trattava di un liberto della famiglia Domizia  (E. Stein,  RE  XIX  2, col. 1795).

[ix] Dal nome   di  un  precedente   possessore (Iunius), e  non, come ritiene Bascetta,  da  quello del sacerdote o della sacerdotessa (Iuni) a cui il podere sarebbe stato affidato. Sulle denominazioni dei fondi  rustici  in età  imperiale  cfr.  V. I. Kuziscin, La grande proprietà agraria nell’ Italia romana,  trad. it. Roma   1984, pp. 196-97.

[x]   A. Bascetta,  Nati su un fondo romano ecc., cit., p. 9.

[xi] N. Iorlano - P. Nesta - N. Garofalo, Dizionario del dialetto lionese, Lioni  2004,  s.  v.  Liuni.

[xii]  F. Scandone, L’ Alta  Valle  del  Calore, Vol. I, Napoli  1911, p. 20 nota 2. 

[xiii]  R. Colantuono, Storia di Lioni, Lioni 1972, p. 51.

[xiv]  H. Von Hesberg, Monumenta: i sepolcri romani e la loro architettura,  Milano 1992, p. 66.

[xv] N. Gambino, I territori delle alte valli del Calore e dell’ Ofanto in epoca sannitica e romana, con una breve illustrazione dei reperti archeologici rinvenuti in Nusco, in Atti delle manifestazioni culturali.  Nusco, 3 – 8  settembre 1984, a cura di G. Passaro, Nusco 1986, pp. 12-16.

[xvi] Th. Schäfer, Compsa. Il monumento funerario di M. Paccius Marcellus,  trad. it.  M. Marandino, in  «Civiltà Altirpina», n. s. VI (1995), fasc. I, pp. 17-28.

[xvii] V. M. Santoli, De Mephiti et vallibus  Anxanti, cit., pp. 43-50.

[xviii] G. Gargano, Ricerche storiche su Conza antica,  2a ed.,  Conza della Campania  1977,  p. 54.

[xix] La frase figurava in uno dei  Registri Angioini   di  quell’ anno  ed   è  riportata da F. Scandone, L’ Alta  Valle  del  Calore, cit., p. 20 nota 2.  I Registri Angioini  erano  i protocolli della corrispondenza della cancelleria reale di Napoli. Sono andati perduti in un bombardamento durante la  seconda guerra mondiale. Dopo la guerra  si è cercato di ricostruirli, almeno in parte,  attraverso le copie, i repertori, le citazioni. (I Registri della cancelleria angioina  ricostruiti da R. Filangieri  con la collaborazione degli archivisti napoletani, 46 voll., Napoli 1951 – 2002).

    Alcune  fondamentali notizie relative ai comuni dell’ Alta Irpinia  sono arrivate fino a noi grazie  alle  ricerche   fatte  a suo tempo  sugli originali  da  Francesco Scandone  (Montella 1868 – Napoli 1957)  e da Vito  Acocella  (Calitri 1883 – 1968). 

[xx]  A. Di meo, Annali critico-diplomatici del regno di Napoli  della mezzana età, Napoli  1785 – 1819, Vol.  III   p. 365. 

[xxi] Il Chronicon Vulturnense  raccoglie i titoli di proprietà dei beni posseduti dal famoso monastero di S. Vincenzo al Volturno tra il 900 e il 1200.  La frase «cellam Sancti Petri de Vipera cum ipso casale quod dicitur Leoni»  ricorre varie volte.  Cfr.  Chronicon Vulturnense  del monaco Giovanni  (a cura di V. Federici),   Roma 1925 - 1938: Vol. II, doc. 106 (anno 944), p. 105; doc. 115 (anno 962), p. 131; doc. 144 (anno 983), p. 249. Vol. III, doc. 185 (anno 1014), p. 14; doc. 187 (anno 1038), p. 25; doc. 204 (anno 1059), p. 92.

   Vipera era una località nell’ alta Valfortore; oggi fa parte del comune di Gambatesa, in provincia di  Campobasso.  Cfr. Catalogus Baronum, a cura di E. Jamison, Roma  1972, § 1399.

   Quanto alla parola  «cella» in questo contesto essa indica una «residenza isolata di un gruppo di monaci o di monache, dipendente da un’ abbazia» (J. F. Niermeyer, Madiae  latinitatis Lexicon minus, Leiden 1976, s. v.)

[xxii] F. Scandone, L’ Alta  Valle  dell’ Ofanto, Avellino 1957, pp. 358-60, docc. 15-29.

[xxiii] G. Duby, L’economia rurale nell’ Europa medievale, trad. it. Roma – Bari 1984, pp. 116-20.

[xxiv] Catalogus Baronum. Commentario, a cura di   E. Cuozzo,  Roma  1984, §  703.

[xxv]  F. Scandone, L’ Alta Valle dell’ Ofanto, cit., pp. 23-4. Scandone  scrive  «de Ymort», ma  questa grafia non è corretta (cfr. P. Durrieu, Les Archives Angévins de Naples. Etude sur les Régistres du roi Charles Ier (1265-1285), Paris 1886, vol. II, p. 313).

[xxvi]  G. Fortunato, Notizie storiche della Valle di Vitalba. 2. Santa Maria di Vitalba, Trani  1898, p. 9.

[xxvii]  G. Fortunato,  Notizie storiche della Valle di Vitalba. 4. Rionero medievale, Trani 1899,  p. 92  doc. 4  e  p. 94  doc. 6.

[xxviii]  Per le  imposte  versate  da Oppido  e  S. Angelo   cfr. F. Scandone, L’ Alta Valle dell’ Ofanto, cit., p. 358  docc. sub 12  e  p. 222 docc. 48  e  50.  Il dato relativo alla giornata di lavoro del muratore  è  ricavato da  A. de  Boüard, Documents en français des Archives Angevines de Naples (Règne de Charles Ier). Les  Comptes des Trésoriers, Paris  1935, p. 228.  Altre informazioni sul valore della moneta, riferite però all’ epoca di re Roberto,  si trovano  in  C. Minieri Riccio, Notizie storiche tratte da 62 Registri Angioini dell’ Archivio di Stato di Napoli,  Napoli  1877, passim.

[xxix]  K. J. Beloch, Bevölkerungsgeschichte Italiens. I. Grundlagen.  Die Bevölkerung Siziliens und des Königreichs Neapel, Berlin - Leipzig  1937, p. 199.

[xxx]  Quello di  S. Marco.  Il monastero di S.Gugliemo  faceva invece parte del feudo di  Monticchio.

[xxxi]   F. Scandone, L’ Alta  Valle  dell’ Ofanto, cit.,  p. 358  doc. 15.

[xxxii]  Ivi, p. 201 e p. 358 doc. 16.

[xxxiii]  Ivi, p. 201 e p. 358 docc. 17  e  18.

[xxxiv]  Ivi, p. 24 e p. 225 doc. 72.

[xxxv]  Ivi, pp. 25-26.  

[xxxvi]  Ivi, pp. 25-26 e pp. 227-228 docc. 80-81.

[xxxvii]  Ivi,  p. 236  doc. 100;  G. Mongelli, Storia del Goleto,  Lioni  1983, pp. 65 –6.

[xxxviii]  C. Grassi, Contributi per la storia di Morra,  Morra 1998, pp. 105-111. Per i documenti si rimanda a F. Scandone, L’ Alta Velle dell’ Ofanto, cit., p. 237 doc. 106 e  p. 238 doc.108.

[xxxix]  F. Scandone, L’ Alta Valle  del  Calore, cit.,  vol. II, p.186 doc.  30: «Philippus de Oppido tenet Oppidum  valens annuatim uncias quinque».

[xl]  F. Scandone, L’ Alta  Valle  dell’ Ofanto, cit., p. 226 doc. 77: «Castrum S. Angeli pro annuis unciis auri quinquaginta».

[xli]  Ivi, p. 359 doc. 20.

[xlii]  Ivi , doc. 21.

[xliii]  Ivi, doc. 22.

[xliv]  Ivi, doc. 24.

[xlv]  Ivi, doc. 25.

[xlvi]  Ivi, p. 360 doc. 29.

[xlvii]  Le decime erano i contributi che le parrocchie e gli altri enti religiosi inviavano all’amministrazione vaticana. Si chiamavano così perchè dovevano corrispondere grossomodo ad un decimo delle entrate.

[xlviii] «Rationes decimarum Italiae»  nei secoli XIII e XIV. Campania, Città del Vaticano 1942, p. 371.    

 

[xlix] R.   Colantuono, Storia di Lioni, cit., p. 51.

[l] Che in origine il campanile facesse corpo con la chiesa era anche l’ opinione di Roccopietro Colantuono (cfr. Storia di Lioni, planimetria a p. 218). Roccopietro  pensava   però  che  l ’ antica  chiesa avesse l’ ingresso  su via Diaz, come quella attuale. 

[li]  G. Duby, Il  Medioevo.  Da  Ugo Capeto  a  Giovanna  d' Arco, trad. it., Roma - Bari  1987,  p. 77.  All’esistenza, nei secoli centrali del Medioevo, di vere e proprie «chiese fortificate»  accenna anche R. Fossier, Storia del Medioevo. Parte II. Il risveglio dell’ Europa, trad. it., Torino  1985,  p. 375.

54  G. Duby, Il  Medioevo, cit., p. 86;  A. A. Settia, Proteggere e dominare. Fortificazioni e popolamento nell’ Italia medievale. Roma  1999, pp. 138 - 9.

55   M. Rotili,  Archeologia  medievale  II,  in  Storia  illustrata  di Avellino  e  dell’ Irpinia,  a cura  di  G. Pescatori, E. Cuozzo, F. Barra, Vol. I, Avellino 1996,  pp. 273 sgg.;

 56 S. Tranghese, Melfi  e  Monticchio, Venosa 1997, pp. 51-62;  L. Santoro, Castelli angioini e aragonesi nel Regno di Napoli, Milano 1982, p. 54.

57  Architettura sveva nell’ Italia meridionale. Repertorio dei castelli federiciani, a cura di A. Bruschi  e  G. Miarelli  Mariani, p. 32;   G. B. Gifuni,  La fortezza di Lucera, in  «Le vie d’Italia» ,  xxix  (1933),  n. 12, pp. 925  sgg. 

58  Cfr. «Altirpinia» , xxx (2004),  n.7,  p. 10.

59   R.   Colantuono, Storia di Lioni, cit., p. 165.

60   Ph. Ariès,  G. Duby,  La vita privata. Dall’ Impero romano all’ anno mille, trad. it., Roma – Bari  1986, pp. 387 – 8;  S. Gelichi, Introduzione all’ archeologia medievale. Storia e ricerca in Italia. Roma 1997,  p. 164.   

61  Il carattere  delle  sepolture  medievali  in generale  è  descritto da S. Gelichi, Introduzione all’ archeologia medievale, cit., pp. 164 -168.

62  Ph. Ariès , G. Duby,  La vita privata,  cit.,  p. 388.

63 G. Duby, Il  Medioevo, cit., p. 72.