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Lioni, il nome, le origini di Angelo Colantuono
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Da dove deriva il nome di Lioni e cosa sappiamo di preciso sulle origini del paese? La recente pubblicazione del Dizionario del dialetto lionese di Nino Iorlano, Pasquale Nesta e Nicola Garofalo è un’ occasione per riparlare dell’ argomento. Ricapitoliamo i termini della questione. Verso la fine del Settecento il dotto abate rocchese Vincenzo Maria Santoli nel suo celebre saggio sulla Mefite e dintorni[i] avanzò l’ idea che i Lionesi fossero i discendenti dei Liguri Apuani deportati nel Sannio dai Romani nel II secolo avanti Cristo. Santoli vedeva anche un’ affinità tra toponimo Liuni e la parola Liguri[ii]. La tesi venne rilanciata alcuni anni più tardi dallo storico nuscano Nunzio Maria Della Vecchia[iii], e fu avallata anche da Nicola Corcia, appassionato ricercatore delle antichità del Regno delle Due Sicilie: «Da Liguri si disse probabilmente Liuri, d’ onde in processo di tempo Liuni e Lioni »[iv]. La cosa è del tutto inverosimile per due buone ragioni. La prima sta nel fatto che una parola come Liuni non può essere derivata da Liguri: sarebbe contro tutte le regole della linguistica. La seconda è che dalle nostre parti i Liguri non ci sono mai stati. E’ vero che nel 180 a. C. un considerevole numero di Liguri Apuani (le fonti dicono 47mila) furono forzatamente trasferiti nei «Campi Taurasini». Ma i «Campi Taurasini» si trovavano a nord di Benevento, nella zona di Circello, Baselice, S. Bartolomeo in Galdo [v]. Qualche anno fa Arturo Bascetta, autore di quaderni storici su diversi comuni dell’ Irpinia, ha proposto una nuova teoria: il toponimo Liuni sarebbe da mettere in relazione con il «fundus Iunianus» nominato nella Stele del dio Silvano[vi]. Si tratta di questo. Verso la metà dell’ Ottocento ai piedi del Monte Oppido – ma in territorio di Caposele – fu trovata una grossa lapide con una iscrizione votiva risalente ai tempi dell’ imperatore Domiziano (81-96)[vii]. Un certo Lucio Domizio Faone[viii], per la «buona salute» del sovrano e della sua consorte, istituiva dei sacrifici annuali in onore del dio dei boschi. Alle spese si sarebbe provveduto con le rendite di certi fondi che egli possedeva nella zona. Uno di questi fondi era chiamato «Iunianus»[ix]. L’ idea di Bascetta è che che Liuni derivi appunto da «fundus Iunianus», attraverso la forma intermedia «l’ Iuni(anum)»[x]. Questa tesi – piuttosto spericolata – è accolta nel Dizionario di Iorlano, Nesta e Garofalo[xi] . * * * Francesco Scandone, il padre della moderna storiografia irpina, saggiamente annotava: «Il nome Liuni (...) trae origine evidente da qualche antico monumento in cui devono essere effigiati dei leoni»[xii]. Effettivamente ancora agli inizi del Settecento all’ interno dell’ abitato di Lioni – la tradizione popolare dice: in cima al campanile – si potevano ammirare due magnifici leoni di pietra. Uno è quello, ora piuttosto malridotto, che si vede davanti al palazzo del municipio. L’ altro, come riferisce Roccopietro Colantuono, andò distrutto durante il terremoto del 1732 [xiii]. Statue del tutto simili a quella di Lioni si conservano ancora a S. Andrea, a Melfi, a Venosa. Si tratta di sculture funerarie provenienti da tombe romane di età imperiale. Di solito i Romani facoltosi che vivavano lontano dalle città si facevano costruire il monumento funebre nelle loro terre, in un luogo ben in vista[xiv]. Alla tomba del padrone facevano corona le sepolture dei liberti e degli schiavi. Nelle campagne meridionali questo genere di sepolcreti era piuttosto diffuso. Nella valle dell’ Ofanto ce n’ erano uno a Fontigliano[xv], uno al Goleto[xvi], un altro a Monticchio dei Lombardi (la collina tra Rocca e il Quadrivio)[xvii]. Giuseppe Gargano, lo storico di Conza, riferisce che una coppia di leoni di travertino fu dissotterrata agli inizi del secolo scorso a Piano delle Briglie (la zona di Conza Nuova)[xviii]. L’ idea che al tempo dei Romani la collina di Lioni venisse usata come luogo di sepoltura è avvalorata dalle due stele funerarie con l’ immagine delle persone sepolte che fino al terremoto del 1980 erano murate in due case del centro storico (in via Ricca e nel II vico Annunziata). Durante il Medioevo le tombe – come avvenne dappertutto – furono demolite per ricavarne pietre squadrate. I leoni, non essendo utilizzabili come materiale da costruzione, furono risparmiati, e la loro presenza divenne un riferimento topografico. Nei documenti medievali Lioni era abitualmente indicato come «casale Leonum» o «de Leonibus», vale a dire «dei Leoni». In una nota del marzo 1300 il nome del paese era riportato anche nella sua forma dialettale: «ad quendam locum (...) qui vulgariter nuncupatur Li Lyuni», «in un posto che comunemente viene chiamato Li Lyuni » [xix] . * * * Chiarita – speriamo – la faccenda del nome, rimane la questione più importante: quando e in quali circostanze hanno cominciato ha formarsi il centro abitato di Lioni e la comunità lionese? Roccopietro Colantuono ha voluto vedere un riferimento al nostro paese in un documento dell’ 833 citato negli Annali del Di Meo, un atto notarile con il quale un principe longobardo dona al monastero di Santa Sofia di Benevento una «corte» – cioè un terreno con una casa – «in Leoni» [xx]. Ma, come si ricava dal Chronicon Vulturnense, questo Leoni era un casale nel Molise: «cellam Sancti Petri de Vipera cum ipso casale quod dicitur Leoni» [xxi]. In realtà l’ origine di Lioni è molto più recente e, per quanto possa sembrare strano, abbastanza ben documentata. Possiamo ricostruirla attraverso le notizie che Francesco Scandone recuperò dai Registri Angioini prima che andassero distrutti[xxii]. Queste notizie si riferiscono ad una serie di reclami – almeno sei – che tra il 1289 e il 1306 i feudatari di Oppido inviarono al re Carlo II per protestare contro i loro colleghi di S. Angelo. Costoro avevano disposto una serie di agevolazioni per chi volesse andare a coltivare le terre sulla riva sinistra dell’ Ofanto. La cosa aveva fatto presa sui contadini di Oppido, molti dei quali ora lasciavano i vecchi campi si trasferivano a «Li Lyuni» . Nei secoli centrali del Medioevo la messa a coltura di terreni marginali e la costruzione di nuovi villaggi rurali erano operazioni abbastanza frequenti[xxiii]. Queste iniziative di solito erano organizzate dai signori stessi, ai quali un aumento del numero dei coloni sul proprio feudo fruttava maggiori entrate sotto forma di censi, canoni, tributi. Altre volte il popolamento di un’ area scarsamente abitata serviva a controllare meglio il territorio, per esempio garantendo la sicurezza di una strada, sorvegliando un confine, difendendo una regione dai briganti. Chi accettava di andare a stabilirsi nei nuovi insediamenti beneficiava di uno stato giuridico particolare: pagava meno tasse - almeno per i primi anni - ; godeva di una serie di franchigie; riceveva un lotto per farsi la casa e, a volte, anche un pezzo di terra da coltivare in proprio. Al tempo di cui parliamo tutta la parte dell’ attuale territorio lionese che sta tra l’ Ofanto e la montagna rientrava nel feudo di Oppido; l’ altra parte, quella sulla sponda sinistra, inclusa l’ area del centro urbano, apparteneva a S. Angelo. Signori di Oppido erano da diverse generazioni i Frainella, nome latinizzato di una famiglia di origine normanna che nel suo paese si chiamava Fraisnel[xxiv]. All’ arrivo degli Angioini, nel 1266, i Frainella erano passati subito dalla parte dei nuovi padroni ed avevano conservato il titolo e i beni. Non così il feudatario di S. Angelo, che era rimasto fedele alla dinastia sveva ed era stato destituito. A partire dalla metà degli anni ottanta come signore di S. Angelo troviamo un certo Gerardo Divort[xxv], un personaggio che Giustino Fortunato definisce «un provenzale arrogante»[xxvi] per via dei soprusi che era solito commettere nella zona di Rionero dove amministrava le foreste demaniali[xxvii]. Divort, deciso a ricavare il massimo utile dalle sue nuove terre nella valle dell’ Ofanto, non si faceva scrupolo di sottrarre braccia al feudo vicino. * * * Possiamo stabilire con buona approssimazione quanti abitanti avevano Oppido e S. Angelo prima che cominciasse la fuga dei contadini verso Lioni. Il dato da cui partire sono le cosiddette «cedole della sovvenzione generale», vale a dire i ruoli dell’ imposta che ciascuna comunità versava annualmente al re, in aggiunta alle tasse locali che invece andavano al feudatario. La cifra che ogni comunità era tenuta a sborsare era fissata in ragione del numero dei «fuochi», cioè dei nuclei familiari. Sappiamo che negli anni dal 1275 al 1277 Oppido pagava per la «sovvenzione generale» 14 once e 21 tarì; S. Angelo 19 once, 6 tarì e 6 grani (l’ oncia si divideva in 30 tarì, il tarì in 20 grani; un «mastro muratore» guadagnava dai 12 ai 15 grani a giornata) [xxviii]. Un esperto di demografia storica, Karl Julius Beloch, ha potuto stabilire che in questo periodo l’ aliquota di imposta era di un’ oncia ogni nove fuochi (3 tarì e 1/3 per ciascun nucleo familiare)[xxix]. Facendo i calcoli risulta che Oppido era tassato per 120 famiglie, S. Angelo per 160. In realtà il numero dei «fuochi fiscali» è leggermente inferiore a quello delle famiglie realmente esistenti, in quanto c’ erano dei soggetti esenti dall’ imposta: i militari, i religiosi, i minorenni quando fossero capifamiglia. Tenuto conto di questo fatto, si può concludere che prima del 1280 Oppido contava 600 - 650 anime; S. Angelo, che era sede di diocesi e di un monastero[xxx], doveva averne 800 – 900 . * * * Tornando all’ esodo dei contadini, la prima protesta di cui abbiamo notizia fu inoltrata nel marzo del 1289 e recava la firma di Giacomo Frainella[xxxi]. Non sembra però che il reclamo abbia sortito effetti apprezzabili. In ogni caso Giacomo non ebbe più la possibilità di seguire la faccenda perchè in quello stesso anno partì per la guerra contro i ribelli siciliani (la famosa guerra dei Vespri) e fu subito fatto prigioniero. Dietro pagamento di un congruo riscatto venne liberato [xxxii], ma la brutta avventura gli abbreviò la vita: infatti nel 1292 come signore di Oppido figura suo figlio Filippo[xxxiii]. In quello stesso periodo cambiava anche il titolare del feudo di S. Angelo. Alla fine del 1288, mentre Divort – sempre a causa della guerra – si trovava in Calabria, i Santangiolesi erano insorti contro il suo castellano e lo avevano ucciso. Il feudatario aveva preteso che i responsabili della rivolta venissero puniti in modo esemplare[xxxiv]. Naturalmente dopo questi fatti la permanenza di Divort a S. Angelo era divenuta inopportuna, e così nel 1292 il feudo venne assegnato a Goffredo di Joinville, un esponente dell’ aristocrazia militare vicina alla corona [xxxv]. Ma neppure Goffredo ebbe molto tempo da dedicare ai suoi possedimenti: presto dovette raggiungere anche lui il fronte siciliano e nel 1296 cadde in combattimento[xxxvi]. L’amministrazione dei beni di famiglia restò allora nelle mani della vedova, Filippa de Beaumont. Filippa, a giudicare dai ricordi che ha lasciato, era una donna assai energica. Impedì alle suore del Goleto di utilizzare per gli animali del monastero i pascoli di Fiorentino[xxxvii]. Riuscì a conservare il possesso del casale di S. Bartolomeo, che un precedente feudatario di S. Angelo aveva usurpato al suo collega di Morra[xxxviii]. Soprattutto proseguì nella politica degli incentivi per far crescere il casale di Lioni, incurante delle proteste dei Frainella. Il feudo di Oppido era ormai in piena crisi. Un accertamento fiscale stabilì che esso ultimamente dava una rendita di non più di 5 once d’oro l’anno[xxxix], mentre la rendita del feudo di S. Angelo veniva stimata in 50 once[xl]. I contadini ottennero una riduzione delle tasse, ma l’ emigrazione verso Lioni non si arrestò[xli]. Nel 1297 Filippo comunicò che Oppido rischiava di perdere tutti i suoi abitanti e sollecitò nuovi provvedimenti contro la Beaumont[xlii]. L’anno seguente furono i rappresentanti della comunità oppidana a denunciare al re le conseguenze dello spopolamento: «Quelli che rimangono, essendo in numero assai scarso, diventano impotenti a pagare i fiscali e le altre imposte»[xliii]. Il re diede mandato al giustiziere di trovare una soluzione, ma la cosa come al solito non ebbe seguito, tanto che nel 1298 Filippo reclamava ancora[xliv]. Strapparono invece un provvedimento a loro favore i Lionesi, ai quali venne riconosciuto il diritto di portare le bestie al pascolo nei boschi di Oppido[xlv]. Nel 1306 la comunità ottenne un nuovo alleggerimento delle tasse[xlvi]: evidentemente la situazione era peggiorata ancora. Mentre Oppido sprofondava nella sua crisi, l’ insediamento sull’ altra sponda del fiume si consolidava e si ampliava. Nel primo decennio del nuovo secolo Lioni aveva già una sua parrocchia che versava le decime alla Santa Sede[xlvii]. Da un documento conservato negli archivi delle «collettorie»– oggi diremmo «esattorie» – vaticane apprendiamo infatti che tra il 1308 e il 1310 il «clerus casalis de Leonibus» corrispose la somma di 9 tarì: meno di Morra che pagò 18 tarì e 5 grani, ma più di Torella, che non arrivò a 6 tarì [xlviii]. * * * Il campanile della chiesa madre è l’ unico manufatto dell’ epoca della fondazione del paese che sia arrivato fino a noi; solo la cella campanaria è stata ricostruita, e probabilmente modificata, verso la metà del Settecento [xlix]. Questo edificio ci trasmette una serie di informazioni assai interessanti. Sul prospetto nord si vedono chiaramente i resti di un muro tagliato e, tra i cinque e i sei metri di altezza, il segno della falda di un tetto inclinata verso via Diaz; sulla stessa parete si interrrompe la continuità dello zoccolo che avvolge la base della torre. Ciò vuol dire che originariamente il campanile non era isolato, ma faceva corpo con la chiesa. Questa aveva un orientamento nord–sud, con la facciata rivolta verso le montagne. Il campanile era costruito in aderenza alla facciata, a sinistra del portale, e vi si accedeva non dalla strada, come oggi, ma dall’ interno della chiesa [l]. La cosa aveva una sua logica. La torre non era stata progettata solo per accogliere le campane, ma anche per servire, all’ occorrenza, come opera di difesa. La presenza delle feritoie nei muri è una conferma decisiva. Bisogna infatti tener presente che, quando non c’ era un castello a proteggere il villaggio, in caso di attacco le donne e i bambini si radunavano in chiesa, confidando nella sacralità del luogo e nella solidità dell’ edificio[li]. La torre campanaria di Lioni era collocata precisamente a difesa della porta della chiesa. * * * La struttura del campanile lionese imita quella del donjon, la caratteristica torre di difesa introdotta in Italia dai Normanni. Il donjon costituiva l’ ultima ridotta di un sistema difensivo nel caso in cui gli attaccanti fossero riusciti a superare le barriere esterne[lii]. Consisteva in un robusto edificio a pianta circolare o quadrata, sviluppato su tre o quattro livelli. Nelle fondazioni era ricavata una cisterna, che veniva alimentata con acqua piovana. Il pianoterra, privo di aperture verso l’ esterno, era adibito a magazzino per le provviste e per le armi. I piani superiori – ai quali si accedeva mediante un ponte levatoio o una scala in legno che poteva essere ritirata dall’ alto – erano attrezzati in modo da permette ad un certo numero di persone di resistere per qualche tempo, in attesa dei rinforzi. Le aperture per la luce e l’ aria erano sempre molto strette. Il tetto, di solito, era praticabile ed era circondato da parapetti o da merlature . Sono dei tipici donjons i torrioni dei castelli di S. Angelo, di Rocca, di Montella [liii]; ricalca il modello del donjon la «torre Febronia» del monastero di S. Guglielmo. * * * In che periodo fu edificato il campanile di Lioni? Su questo punto non abbiamo notizie documentarie. L’ analogia con i donjons normanni suggerirebbe di collocare l’ epoca della costruzione nel XII secolo. C’ è però un elemento architettonico che impone una datazione diversa, più recente. Si tratta delle feritoie. Le feritoie della nostra torre campanaria sono di un tipo particolare: sono più strette di quelle delle fortificazioni normanno-sveve; hanno i bordi in pietra di taglio; presentano nella parte inferiore un occhiello, sagomato in modo da permettere all’ arciere o al balestriere di battere anche le zone morte alla base dei muri. Con lo stesso disegno e la stessa tecnica sono realizzate le feritoie che si vedono nei torrioni dei castelli di Melfi e di Lucera. Di questi si conosce con precisione la data di costruzione. Il castello di Melfi continua a portare il nome di Federico II, ma in realtà fu interamente rifatto tra il 1277 e il 1284 [liv]. Quanto alla fortezza di Lucera, la sua ristrutturazione, disposta anch’ essa da re Carlo I d’ Angiò, fu ultimata nel 1283 [lv]. Le feritoie del campanile lionese sono dunque quelle in uso nell’ architettura militare angioina nell’ ultimo trentennio del XIII secolo. Sulla base di questo dato possiamo ragionevolmente ritenere che esso sia stato costruito – insieme alla chiesa – verso la fine del Duecento o, al più tardi, agli inizi del Trecento: praticamente nel periodo in cui il «casale dei Leoni» vedeva aumentare la sua consistenza demografica, per via della fuga dei contadini da Oppido[lvi]. * * * Durante i recenti lavori di restauro, ai piedi del campanile e sotto il sagrato sono stati trovati resti di sepolture. Di «ossa rinvenute nello spiazzo esistente davanti la Chiesa Madre e il Campanile» parla anche Roccopietro Colantuono [lvii]. A che epoca risalgano esattamente queste deposizioni è difficile dire. Esse comunque testimoniano della continuità di una pratica che ha avuto origine sicuramente nel Medioevo. Infatti a partire dal VII-VIII secolo i defunti, che prima venivano portati fuori dai centri abitati, cominciarono ad essere inumati nelle cripte delle chiese o all’ esterno, a ridosso dei muri [lviii]. Le tombe venute recentemente alla luce nell’ area della cattedrale di Conza ci aiutano a capire come erano fatti i cimiteri medievali. I corpi venivano deposti in semplici fosse scavate nel terreno. Non sempre veniva impiegata una bara; in alternativa si usava rivestire internamente la fossa con sottili pareti in muratura. I personaggi importanti però non seguivano la sorte dei comuni mortali: le loro sepolture erano collocate all’ interno della chiesa oppure in cappelle a parte, fatte costruire da loro stessi [lix]. La consuetudine di usare come cimiteri gli stessi luoghi di culto nasceva certamente da un atto di fede: essere seppelliti vicino alle reliquie dei santi, o comunque presso l’ altare, corroborava la speranza di salvezza [lx]. Ma la cosa aveva anche un fine pratico. Nei cimiteri era proibita ogni violenza, e questo creava intorno alla chiesa una sorta di «spazio protetto» che poteva tornare utile anche ai vivi [lxi] . [i] V. M. Santoli, De Mephiti et vallibus Anxanti libri III , cum observationibus super nonnullis urbibus Hirpinorum, Napoli 1783. [ii] Ivi, p. 53. [iii] N. M. Della Vecchia, Ricerche sulla vera posizione de’ Campi Taurasini e delle colonie liguri e romane tradotte nel territorio dell’ antico Ferentino e di Cisauna negli Irpini e delle memorie della città di Nusco, Napoli 1823, p. 62 nota. [iv] N. Corcia, Storia delle Due Sicilie dall’ antichità più remota al 1789, Napoli 1843, vol. I p. 504. [v] E. T. Salmon, Il Sannio e i Sanniti, trad. it. Torino 1985, p. 275 e p. 350; W. Johannowsky, L’ Irpinia, in Studi sull’ Italia dei Sanniti, a cura della Soprintendenza Archeologica di Roma, Milano 2000, pp. 26-7; N. Gambino, Raimondo Guarini, lo studioso di Aeclanum (cura di V. Iandiorio), Avellino 2003, pp. 223-30. [vi] A. Bascetta, Nati su un fondo romano di agro Picentia. L’ Iuni(anum) romano del I Secolo è l’ oppido di Lioni, in A. Bascetta – V. Napolillo, L’ Iunianum romano e le sue origini coloniali, Pietrastornina 2001, pp. 9-14. [vii] Il luogo e le circostanze del ritrovamento sono descritti in N. Santorelli, Il fiume Sele e i suoi dintorni, Parte I, Napoli 1879, pp. 111-16. La stele (CIL X 444 = ILS 3546) si trova ora al Museo Provinciale di Avellino. [viii] Bascetta definisce Faone «grande conquistatore» (Op. cit., p. 10). In realtà si trattava di un liberto della famiglia Domizia (E. Stein, RE XIX 2, col. 1795). [ix] Dal nome di un precedente possessore (Iunius), e non, come ritiene Bascetta, da quello del sacerdote o della sacerdotessa (Iuni) a cui il podere sarebbe stato affidato. Sulle denominazioni dei fondi rustici in età imperiale cfr. V. I. Kuziscin, La grande proprietà agraria nell’ Italia romana, trad. it. Roma 1984, pp. 196-97. [x] A. Bascetta, Nati su un fondo romano ecc., cit., p. 9. [xi] N. Iorlano - P. Nesta - N. Garofalo, Dizionario del dialetto lionese, Lioni 2004, s. v. Liuni. [xii] F. Scandone, L’ Alta Valle del Calore, Vol. I, Napoli 1911, p. 20 nota 2. [xiii] R. Colantuono, Storia di Lioni, Lioni 1972, p. 51. [xiv] H. Von Hesberg, Monumenta: i sepolcri romani e la loro architettura, Milano 1992, p. 66. [xv] N. Gambino, I territori delle alte valli del Calore e dell’ Ofanto in epoca sannitica e romana, con una breve illustrazione dei reperti archeologici rinvenuti in Nusco, in Atti delle manifestazioni culturali. Nusco, 3 – 8 settembre 1984, a cura di G. Passaro, Nusco 1986, pp. 12-16. [xvi] Th. Schäfer, Compsa. Il monumento funerario di M. Paccius Marcellus, trad. it. M. Marandino, in «Civiltà Altirpina», n. s. VI (1995), fasc. I, pp. 17-28. [xvii] V. M. Santoli, De Mephiti et vallibus Anxanti, cit., pp. 43-50. [xviii] G. Gargano, Ricerche storiche su Conza antica, 2a ed., Conza della Campania 1977, p. 54. [xix] La frase figurava in uno dei Registri Angioini di quell’ anno ed è riportata da F. Scandone, L’ Alta Valle del Calore, cit., p. 20 nota 2. I Registri Angioini erano i protocolli della corrispondenza della cancelleria reale di Napoli. Sono andati perduti in un bombardamento durante la seconda guerra mondiale. Dopo la guerra si è cercato di ricostruirli, almeno in parte, attraverso le copie, i repertori, le citazioni. (I Registri della cancelleria angioina ricostruiti da R. Filangieri con la collaborazione degli archivisti napoletani, 46 voll., Napoli 1951 – 2002). Alcune fondamentali notizie relative ai comuni dell’ Alta Irpinia sono arrivate fino a noi grazie alle ricerche fatte a suo tempo sugli originali da Francesco Scandone (Montella 1868 – Napoli 1957) e da Vito Acocella (Calitri 1883 – 1968). [xx] A. Di meo, Annali critico-diplomatici del regno di Napoli della mezzana età, Napoli 1785 – 1819, Vol. III p. 365. [xxi] Il Chronicon Vulturnense raccoglie i titoli di proprietà dei beni posseduti dal famoso monastero di S. Vincenzo al Volturno tra il 900 e il 1200. La frase «cellam Sancti Petri de Vipera cum ipso casale quod dicitur Leoni» ricorre varie volte. Cfr. Chronicon Vulturnense del monaco Giovanni (a cura di V. Federici), Roma 1925 - 1938: Vol. II, doc. 106 (anno 944), p. 105; doc. 115 (anno 962), p. 131; doc. 144 (anno 983), p. 249. Vol. III, doc. 185 (anno 1014), p. 14; doc. 187 (anno 1038), p. 25; doc. 204 (anno 1059), p. 92. Vipera era una località nell’ alta Valfortore; oggi fa parte del comune di Gambatesa, in provincia di Campobasso. Cfr. Catalogus Baronum, a cura di E. Jamison, Roma 1972, § 1399. Quanto alla parola «cella», in questo contesto essa indica una «residenza isolata di un gruppo di monaci o di monache, dipendente da un’ abbazia» (J. F. Niermeyer, Madiae latinitatis Lexicon minus, Leiden 1976, s. v.) [xxii] F. Scandone, L’ Alta Valle dell’ Ofanto, Avellino 1957, pp. 358-60, docc. 15-29. [xxiii] G. Duby, L’economia rurale nell’ Europa medievale, trad. it. Roma – Bari 1984, pp. 116-20. [xxiv] Catalogus Baronum. Commentario, a cura di E. Cuozzo, Roma 1984, § 703. [xxv] F. Scandone, L’ Alta Valle dell’ Ofanto, cit., pp. 23-4. Scandone scrive «de Ymort», ma questa grafia non è corretta (cfr. P. Durrieu, Les Archives Angévins de Naples. Etude sur les Régistres du roi Charles Ier (1265-1285), Paris 1886, vol. II, p. 313). [xxvi] G. Fortunato, Notizie storiche della Valle di Vitalba. 2. Santa Maria di Vitalba, Trani 1898, p. 9. [xxvii] G. Fortunato, Notizie storiche della Valle di Vitalba. 4. Rionero medievale, Trani 1899, p. 92 doc. 4 e p. 94 doc. 6. [xxviii] Per le imposte versate da Oppido e S. Angelo cfr. F. Scandone, L’ Alta Valle dell’ Ofanto, cit., p. 358 docc. sub 12 e p. 222 docc. 48 e 50. Il dato relativo alla giornata di lavoro del muratore è ricavato da A. de Boüard, Documents en français des Archives Angevines de Naples (Règne de Charles Ier). Les Comptes des Trésoriers, Paris 1935, p. 228. Altre informazioni sul valore della moneta, riferite però all’ epoca di re Roberto, si trovano in C. Minieri Riccio, Notizie storiche tratte da 62 Registri Angioini dell’ Archivio di Stato di Napoli, Napoli 1877, passim. [xxix] K. J. Beloch, Bevölkerungsgeschichte Italiens. I. Grundlagen. Die Bevölkerung Siziliens und des Königreichs Neapel, Berlin - Leipzig 1937, p. 199. [xxx] Quello di S. Marco. Il monastero di S.Gugliemo faceva invece parte del feudo di Monticchio. [xxxi] F. Scandone, L’ Alta Valle dell’ Ofanto, cit., p. 358 doc. 15. [xxxii] Ivi, p. 201 e p. 358 doc. 16. [xxxiii] Ivi, p. 201 e p. 358 docc. 17 e 18. [xxxiv] Ivi, p. 24 e p. 225 doc. 72. [xxxv] Ivi, pp. 25-26. [xxxvi] Ivi, pp. 25-26 e pp. 227-228 docc. 80-81. [xxxvii] Ivi, p. 236 doc. 100; G. Mongelli, Storia del Goleto, Lioni 1983, pp. 65 –6. [xxxviii] C. Grassi, Contributi per la storia di Morra, Morra 1998, pp. 105-111. Per i documenti si rimanda a F. Scandone, L’ Alta Velle dell’ Ofanto, cit., p. 237 doc. 106 e p. 238 doc.108. [xxxix] F. Scandone, L’ Alta Valle del Calore, cit., vol. II, p.186 doc. 30: «Philippus de Oppido tenet Oppidum valens annuatim uncias quinque». [xl] F. Scandone, L’ Alta Valle dell’ Ofanto, cit., p. 226 doc. 77: «Castrum S. Angeli pro annuis unciis auri quinquaginta». [xli] Ivi, p. 359 doc. 20. [xlii] Ivi , doc. 21. [xliii] Ivi, doc. 22. [xliv] Ivi, doc. 24. [xlv] Ivi, doc. 25. [xlvi] Ivi, p. 360 doc. 29. [xlvii] Le decime erano i contributi che le parrocchie e gli altri enti religiosi inviavano all’amministrazione vaticana. Si chiamavano così perchè dovevano corrispondere grossomodo ad un decimo delle entrate. [xlviii] «Rationes decimarum Italiae» nei secoli XIII e XIV. Campania, Città del Vaticano 1942, p. 371.
[xlix] R. Colantuono, Storia di Lioni, cit., p. 51. [l] Che in origine il campanile facesse corpo con la chiesa era anche l’ opinione di Roccopietro Colantuono (cfr. Storia di Lioni, planimetria a p. 218). Roccopietro pensava però che l ’ antica chiesa avesse l’ ingresso su via Diaz, come quella attuale. [li] G. Duby, Il Medioevo. Da Ugo Capeto a Giovanna d' Arco, trad. it., Roma - Bari 1987, p. 77. All’esistenza, nei secoli centrali del Medioevo, di vere e proprie «chiese fortificate» accenna anche R. Fossier, Storia del Medioevo. Parte II. Il risveglio dell’ Europa, trad. it., Torino 1985, p. 375. 54 G. Duby, Il Medioevo, cit., p. 86; A. A. Settia, Proteggere e dominare. Fortificazioni e popolamento nell’ Italia medievale. Roma 1999, pp. 138 - 9. 55 M. Rotili, Archeologia medievale II, in Storia illustrata di Avellino e dell’ Irpinia, a cura di G. Pescatori, E. Cuozzo, F. Barra, Vol. I, Avellino 1996, pp. 273 sgg.; 56 S. Tranghese, Melfi e Monticchio, Venosa 1997, pp. 51-62; L. Santoro, Castelli angioini e aragonesi nel Regno di Napoli, Milano 1982, p. 54. 57 Architettura sveva nell’ Italia meridionale. Repertorio dei castelli federiciani, a cura di A. Bruschi e G. Miarelli Mariani, p. 32; G. B. Gifuni, La fortezza di Lucera, in «Le vie d’Italia» , xxix (1933), n. 12, pp. 925 sgg. 58 Cfr. «Altirpinia» , xxx (2004), n.7, p. 10. 59 R. Colantuono, Storia di Lioni, cit., p. 165. 60 Ph. Ariès, G. Duby, La vita privata. Dall’ Impero romano all’ anno mille, trad. it., Roma – Bari 1986, pp. 387 – 8; S. Gelichi, Introduzione all’ archeologia medievale. Storia e ricerca in Italia. Roma 1997, p. 164. 61 Il carattere delle sepolture medievali in generale è descritto da S. Gelichi, Introduzione all’ archeologia medievale, cit., pp. 164 -168. 62 Ph. Ariès , G. Duby, La vita privata, cit., p. 388. 63 G. Duby, Il Medioevo, cit., p. 72.
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